Articolo sulla Terra dei Fuochi pubblicato il 22/01/2012 sul quotidiano britannico “The Indipendent”

Gli antichi romani chiamavano questa regione Campania felix, “felice Campania”, e si può ancora comprenderne il motivo. Una volta era un paradiso terrestre: il mar Tirreno pieno di pesci, la mole del Vesuvio a sud, che minacciava la distruzione, ma è grazie ad esso che il suolo di questo territorio è immensamente fertile.

Qui nell’ampia pianura ad est di Napoli sorsero città che, grazie a quella fertilità, erano ancora prospere 1000 anni dopo. Esse divennero importanti siti culturali: nel 16 ° secolo, una di loro, Nola, produsse il genio inquieto di Giordano Bruno, uno dei primi ad arrivare alla conclusione che la Terra gira intorno al sole e non il contrario, e che le stelle sono anch’esse soli con i loro pianeti, e che erano infinitamente numerose e sarebbero esistite per sempre. Per questi oltraggi contro la tradizione culturale, la Chiesa lo bruciò sul rogo a Roma.

L’uomo che mi mostra la città di Bruno e mi porta ad ammirare la vista del convento medievale di Sant’Angelo in Palco, collocato su un’altura come un grande pulpito, è un nolano come Bruno, ed estremamente orgoglioso della sua città, della sua storia e del suo patrimonio. E come Bruno, è toccato a lui tirar fuori quelle verità che le autorità non vogliono sentire.

Il nome del cardiologo Dr. Alfredo Mazza, oggi ancora quarantenne, divenne noto in tutta Italia e non solo sette anni fa, quando, in un rapporto pubblicato da The Lancet Oncology, la rivista britannica dedicata ai tumori, usò il termine “Triangolo della Morte” per definire la zona delimitata al suo estremo orientale dalla sua città natale e ad ovest da Marigliano e Acerra, distanti rispettivamente otto e diciassette chilometri.

La sua ricerca ha rivelato che in questa zona l’incidenza di alcuni tipi di tumore è notevolmente più alta che nel resto d’Italia. In tutta Italia, in media, 14 maschi ogni 100.000 muoiono di cancro al fegato; qui, la media sale a 35,9. L’incidenza del tumore alla vescica è quasi due volte più alta, quella della leucemia il 30 percento superiore. E anche se non poteva dimostrarlo, credeva ci fosse una spiegazione. ”Duecentocinquanta mila persone nella regione sono state esposte a sostanze inquinanti tossiche per decenni”, ha detto. ”Le concentrazioni delle sostanze inquinanti nell’aria, nell’acqua e nei prodotti della zona sono ben al di sopra dei livelli di norma”.

L’inquinamento dovuto dagli scarichi delle automobili e dei camion in Campania probabilmente rivaleggia con qualsiasi cosa per essere trovato nel cuore industriale nel nord del paese. Ma per il dott. Mazza, la densità del traffico ha un significato diverso. ”Questa zona è significativa in quanto è il più importante crocevia di autostrade dell’ Italia meridionale,” mi dice. In altre parole, Nola, Marigliano e Acerra sono molto facili da raggiungere. Se lo sviluppo moderno dell’Italia fosse avvenuto in modo più equilibrato, con livelli di investimento al Sud simili a quelli di cui gode il Nord, la facilità di accesso a quest’area avrebbe potuto trasformare il “Triangolo” del dottor Mazza in qualcosa di simile alla zona densamente industrializzata tra Milano e Bergamo. Ma nonostante il favoloso porto di Napoli, ciò non è mai avvenuto. Quello che è avvenuto, invece, è stato molto, molto peggio: questa zona dell’hinterland di Napoli, grazie alle autostrade, è diventata la pattumiera avvelenata del Paese. E grazie al boss pentito Nunzio Perrella, nei primi anni 1990 è iniziato ad emergere che la camorra, la mafia di Napoli, aveva scoperto un nuovo lucroso commercio.

Nel periodo in cui gli affari delle migliaia di fabbriche, raffinerie e altri impianti industriali del nord prosperarono attraverso il boom degli anni Ottanta e Novanta, qualche capo non riconosciuto – un gangster, un influente uomo d’affari, forse un potente uomo politico – ha colpito in un modo astuto per dare alle industrie d’Italia un vantaggio unico sulla concorrenza in qualsiasi altro luogo del continente. Invece di pagare cifre esorbitanti per farsi smaltire correttamente i loro rifiuti tossici da società specializzate, avrebbero pagato la criminalità organizzata per trasportarli e disperderli nell’ambiente. Le cosche si sarebbero fatte carico di tutta la faccenda: i “colletti bianchi” a loro complici avrebbero appianato le questioni burocratiche, falsificando le documentazioni, corrompendo con denaro qualunque controllore ufficiale, pagando anche i proprietari dei terreni dove i rifiuti tossici sarebbero finiti. I costi così sostenuti sarebbero stati solo una risicata percentuale rispetto a quelli necessari per ottenere il lavoro fatto in modo sicuro e legale.

La camorra ha preso in consegna i rifiuti e li ha portati nel proprio feudo, ma non per le strade densamente popolate della città di Napoli, ma nell’entroterra agricolo, la “Campania felix”. Li ha scaricati ovunque e dappertutto: nei campi, nei vecchi pozzi, nelle cave in disuso, in prossimità di canali, nelle grotte. A volte hanno semplicemente sepolto nel terreno i camion o i container da essi trasportati carichi di rifiuti. In altre circostanze hanno mescolato i rifiuti col terreno e hanno sparso il tutto sui campi. Questa cattiva condotta si è perpetuata negli anni perché lo stato italiano, soprattutto al Sud, è notoriamente lassista, e per troppo tempo nessuno è stato lungimirante.

Eppure, l’andirivieni di camion che avveniva di notte non poteva sicuramente essere ignorato. Poi c’erano degli strani fenomeni, che hanno il sapore di leggende metropolitane: fumo che, in particolari condizioni meterologiche, fuoriesce dal suolo come se la terra fosse vulcanica; puzze immonde che non si capisce da dove provengano, l’acqua dei canali o il terreno che era di una tonalità di blu malaticcio. E poi, al protrarsi di questa situazione, i giovani hanno cominciato ad ammalarsi.

Carolina Capasso, che vive a Marigliano, ha perso il suo figlio ventunenne Andrea a causa di un sarcoma polmonare, uno dei tumori che, secondo il dottor Mazza, è tra i più probabili che sia causato da rifiuti tossici. ”A poco a poco divenne chiaro che sempre più persone, soprattutto giovani, hanno avuto problemi di salute,” dice, ricordando il lento sorgere della consapevolezza locale del problema. ”Hanno avuto allergie, leucemie, tumori vari. E man mano che crescevano uno sarebbe morto di cancro, uno di leucemia, e gradualmente abbiamo iniziato a capire che c’era qualcosa che non andava. Nel 2009, mio figlio ha iniziato a sentirsi male e abbiamo scoperto aveva il cancro: un ragazzino di 21anni”.

A suo dire, la morte del figlio è stata provocata dalle esalazioni provenienti da un magazzino pieno di prodotti chimici agricoli vicino casa sua (Agrimonda, ndr), dove c’era stata un’esplosione e incendio anni prima, all’indomani del quale, dice, non sono mai state prese misure adeguate – ma, come nel resto del Triangolo, collegare la causa con l’effetto e cercando di tener conto di tutto è un compito senza speranza. ”Sono convinta che mio figlio si è ammalato a causa di queste sostanze, la roba disgustosa che c’è a Marigliano”. E prosegue: “A poco a poco abbiamo scoperto che nessuno faceva nulla. Andrea è stato malato di questo tipo di tumore per sette mesi (prima di morire). Anche altri bambini sono morti. Che cosa posso dirvi? Marigliano è una città dei morti viventi.”

Pochi mesi dopo la morte di Andrea, Antonella Di Francesco lo ha seguito contraendo il cancro alla lingua e morendo all’età di 35 anni. Le loro famiglie vivevano vicino l’un l’altra nello stesso stabile abbandonato e fatiscente situato a Marigliano.

Vado a far visita a Gennaro Di Francesco, il padre di Antonella. Ha perso anche la moglie, deceduta quando aveva più o meno cinquant’anni, così ora vive da solo con la sua nipote undicenne Teresa, la figlia di Antonella. Il loro appartamento al primo piano è semplice e confortevole. Quando arrivo lì siamo a pochi giorni dal Natale,  e c’è un grande albero in un angolo, ornato da ciuffi di ovatta. Gennaro, che di mestiere fa l’operaio metallurgico, si sottopone alla mie domande come si farebbe per un esame del sangue, i suoi grandi occhi grigi ed inespressivi. Teresa, scura di carnagione e con un dolce sorriso zingaresco, mi prepara una tazzina di caffè.

E’ stato due anni dalla diagnosi di Antonella per la sua morte, dice Gennaro. ”E’ stata ricoverata in ospedale a Napoli per un mese, dove è stata sottoposta a radioterapia e chemioterapia e lei ha cominciato a stare meglio, ma poi ha la sua sitazione è peggiorata. A quel punto l’ho portata in un ospedale oncologico di Milano dove l’hanno operata per rimuovere la parte malata della mascella, poi in un altro ospedale a Torino per un’altra operazione”. Niente di tutto questo ha sortito l’effetto sperato. Nella fase terminale si nutriva attraverso un tubo collegato direttamente allo stomaco.

“Un sacco di giovani stanno morendo qui intorno”, ricorda. ”Dieci o venti sono sole quelli di cui ho sentito parlare, ed il numero è destinato a crescere: ogni tanto si sente parlare di un altro”. I rifiuti tossici sono una presenza altrettanto persistente.”Tutti sanno che sono un problema, ma non lo ammettono e non fanno nulla. Perché è un grande business. I politici dicono che stanno per rimuoverli ma non lo fanno”.

Allora gli chiedo, in quale luogo vi è la maggiore concentrazione di rifiuti tossici? Qual è la fonte del veleno? ”Vai a Boscofangone,” dice. ”Al di là di Faibano. Ecco dove scaricano tutto”.

I toponimi Boscofangone e Pantano richiamano ad un passato remoto, quando questa zona era paludosa e soggetta a frequenti inondazioni. Nel 17° secolo i sovrani borbonici di Napoli risolsero il problema con la costruzione di un canale di 55 km, i Regi Lagni, da Nola verso il mare nel quale affluivano altri 210 km di canali secondari “dando luogo ad una sorta di lisca di pesce”, come uno storico locale asserisce. E’ stata una magnifica opera di ingegneria e ha mantenuto la pianura ben drenata per secoli. Fu solo con l’inizio degli anni del boom dopo la seconda guerra mondiale che le cose cominciarono ad andare storto.

Guido da Marigliano a Polvica, cercando l’elusiva Boscofangone in un territorio che non è né città né campagna. Sacchetti di plastica della spazzatura punteggiano il margine della strada. Edifici industriali, tra cui un nuovissimo centro di riciclaggio dei rifiuti, si alternano a frutteti e campi di ortaggi; vengo fermato, ad un certo punto, da un gregge di pecore dalle lunghe orecchie, di color sporco-marrone, che attraversa la strada al pascolo in un campo di tarassaco. Questa zona non è passata dall’agricoltura all’industria (le due continuano a coesistere) ma è come se vivessero in diverse dimensioni, ognuna ignara dell’altra.

Mi fermo in un bar di Polvica, alle pendici dei monti del Partenio, tanto sfregiata da cave, a chiedere indicazioni. Il vivido, panciuto barista, di nome Massimo Bernardo, con una faccia come Gene Wilder, mi dice dove andare. ”Giri a sinistra per la stazione di servizio Esso, e guidi fino alla piccola chiesa rotonda medievale,” dice. ”Il canale Boscofangone comincia lì”.

Il signor Bernardo sa tutto sul problema dei rifiuti tossici, ma si è autoconvinto che è una questione che ormai appartiene al passato. ”Sì, c’erano camion che percorrevano il canale per tutta la notte e scaricavano il loro carico di rifiuti” ricorda. “Ma hanno pulito tutto. Questo è il terreno migliore in Italia! Produciamo i migliori pomodori, le patate migliori, le migliori arance… Perché importare tutta quella roba dall’estero, se qui abbiamo il meglio?! ”

Seguo le sue indicazioni. All’ingresso dell’alzaia del canale, sbarrato da un cancello a battente, vi è una comunicazione ufficiale dalla quale si legge “Interventi di Manutenzione straordinaria per l’adeguamento funzionale” del canale dei Regi Lagni. Tracce di scavatrici lungo il percorso indicano che la bonifica, il cui inizio era stato promesso per il 26 settembre 2011 e della durata di 180 giorni, ha infatti preso il via: nel canale non vi è più la schiuma con spazzatura come in un’incredibile video disponibile su YouTube; i suoi lati non sono più intasati di vecchi frigoriferi, lavatrici, sacchetti di plastica e fusti di petrolio. Ma non sono scomparsi: dopo aver camminato per mezz’ora scopro che un carico fresco di elementi, tra cui quelli sopra elencati, sono stati scaricati direttamente nel canale, bloccandone il flusso.

Contrariamente alle opinioni velenose degli attivisti locali, il lavoro per affrontare il degrado della zona è stato intrapreso. Il problema è che è stato un intervento una-tantum. Una volta ripulito, il canale avrebbe bisogno di essere monitorato, protetto, custodito. Avrebbe bisogno di essere reintegrato nella visione strategica del futuro della Regione. Schemi elaborati dalle autorità locali prevedono chilometri di canali alberati che attraversano aree ricreative e parchi archeologici, ma questi sono sogni irrealizzabili. Invece, il canale è una reliquia di un passato che poche persone locali sembrano conoscere o si preoccupano; e, a meno che vengano messe in atto adeguate protezioni, gli scaricatori aspettano semplicemente il momento buono per iniziare a scaricare tutto di nuovo.

Nel frattempo, vi è la questione di quale effetto i molti anni di scarichi illegali hanno avuto sulla falda della regione e sulla catena alimentare. Emblematico di tale massiccia epidemia di salute pubblica sono due grandi, ben squadrati cumuli di materiale indifferenziato posti ad un paio di centinaia di metri dal canale, coperti con pesanti teli di polietilene nero: cumuli di rifiuti tossici che sono stati accumulati e depositati qui. Il telone ferma le emissioni di qualunque cosa vi sia dentro nell’aria, ma non fa nulla per impedire le infiltrazioni nel terreno, nella falda freatica e quindi nella catena alimentare che, molto più che dei segni tangibili di ciò che resta della campagna, sono il cuore del problema.

In Italia è sempre difficile separare la teoria del complotto dalla realtà. Anche un osservatore astuto e ben informato come il dottor Mazza sembra avere un debole per le maligne spiegazioni di ampia portata degli eventi. ”Il problema dei rifiuti tossici non è venuto per caso”, mi dice subito dopo ci incontriamo. ”E’ il risultato di un patto tra la criminalità organizzata, i poteri forti dello Stato, i servizi segreti e, forse, la massoneria, un patto per salvare l’industria della nazione.” La distruzione dell’ambiente in questa regione, secondo questa teoria, è considerato come un prezzo accettabile da pagare.

Si tratta di una spiegazione affascinante ma, come la maggior parte di tali teorie, è a corto di prove: non ho visto alcuna prova utile a sostegno della tesi secondo la quale il disastro della Campania sia stato il risultato di un complotto diabolico. Indubbiamente l’Italia settentrionale ha usato questa regione come una vasta discarica senza licenza. Indubbiamente i responsabili degli scarichi sono stati i camorristi o persone che sono nel loro libro-paga. Altrettanto fuori dubbio è l’incidenza scandalosamente alta di alcuni tipi di cancro e malformazioni genetiche. Al di là di questi fatti, tuttavia, non è possibile affermare con convinzione che ciò sia stato il risultato di un terribile piano: impossibile ma anche inutile. La logica economica di ciò che fatto le bande è evidente.

Mentre i rifiuti tossici scaricati sono un problema particolare con implicazioni terribili per la salute pubblica, sono solo parte di una crisi molto più grande e apparentemente insolubile in questa regione che coinvolge lo smaltimento di rifiuti di ogni sorta. L’immagine persistente di Napoli nel mondo esterno non è più quello di una grande città che si estende su un’ampia baia con il Vesuvio alle spalle, ma di strade fiancheggiate da montagne di rifiuti  domestici non raccolti. Questo fenomeno rivoltante va e viene (sono stato fortunato a visitarla in fase calante) ma, allo stesso modo del problema dei rifiuti tossici, non è mai veramente risolto.

Una ventina d’anni anni fa, la camorra è riuscita ad ottenere un quasi-monopolio nello smaltimento di rifiuti di ogni tipo in Campania. Essi continuano ad usare questo potere come strumento di ricatto ogni volta che un nuovo sindaco o altro funzionario fa la voce grossa, per tagliare le bande facendo rispettare la raccolta differenziata dei rifiuti (che a malapena esiste qui) o di prendere altre misure decisive per risolvere il problema in modo permanente. In tutto ciò, le forze politiche locali dello schieramento di sinistra si fanno manipolare dalle bande, orchestrando ostilità verso nuovi inceneritori. Tra l’altro, il carattere accomodante, simpatico della gente locale  come Massimo Bernardo, con la sua allegra certezza che il problema dei rifiuti tossici sia stato risolto, non aiuta molto.

Piera Mucerino, una donna del posto che ha lottato per la questione dei rifiuti tossici per anni, dice che il problema è che la gente inizia a rassegnarsi. Lei è ossessionata dai risultati di un esperimento che una volta lesse a riguardo. ”Misero un cane in una gabbia”, spiega. ”Emanarono scosse elettriche lungo il lato destro della gabbia, il cane si spostò a sinistra. Poi emanarono le scosse lungo il lato sinistro e il cane si spostò a destra. Poi emanarono scosse per tutta la gabbia: il cane si arrese e rimase dov’era. Poi, con le scosse ancora in corso per tutta la gabbia, hanno aperto la porta. Il cane rimase dov’era”.

“Noi siamo così”, conclude. ”Rassegnazione. Qualunque cosa accada, alla fine, non ci muoviamo. Ci sediamo lì e subiamo. La gente reagisce alla brutte notizie, ma dopo un po’ di tempo che si dimentica e va avanti con la propria vita. E quando le persone muoiono di cancro hanno solo da sperare che non accada a loro, o pregano Dio affinché ciò non avvenga. Invece di fare la grande battaglia per tutti, la gente dice: ‘Io farò la piccola battaglia per me.’ ”

Per Andrea e Antonella e molti altri residenti della “Campania Infelix”, le loro piccole battaglie sono finite male, purtroppo.

 

traduzione a cura dell’associazione FrasTuono

Fonte: http://www.independent.co.uk/news/world/europe/triangle-of-death-surge-in-cancer-cases-in-italy-linked-to-illegal-dumping-of-toxic-waste-6291302.html

 

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Articolo sulla Terra dei Fuochi pubblicato il 22/01/2012 sul quotidiano britannico “The Indipendent” Gli antichi romani chiamavano questa regione Campania felix, 'felice Campania', e si può ancora comprenderne il motivo. Una volta era un paradiso terrestre: il mar Tirreno pieno di pesci, la mole del Vesuvio a sud, che minacciava...